Le persone celiache sono in maggioranza donne, spesso diagnosticate tra i venti e i quarant’anni. La domanda arriva quindi in modo naturale, ed è mal servita da internet: che cosa cambia una celiachia in una gravidanza? La risposta dipende da una sola parola: trattata.
Trattata o no: l’unica distinzione che conta
Una celiachia diagnosticata e seguita, con una dieta senza glutine rigorosa, non complica una gravidanza. Gli studi che confrontano le donne celiache a dieta con le altre donne non trovano differenze rilevanti sulla fertilità, sull’andamento della gravidanza o sul peso alla nascita.
Una celiachia non diagnosticata, che è il caso della maggior parte delle persone che ne sono affette (lo spieghiamo qui), è un’altra storia. È associata a:
- difficoltà a concepire, e cicli irregolari;
- un rischio aumentato di aborti spontanei;
- bambini di peso più basso alla nascita, e più prematurità.
I meccanismi in causa sono quelli della malattia stessa: un’infiammazione cronica e soprattutto delle carenze (ferro, folati, zinco) di cui l’organismo ha bisogno per concepire e per portare avanti una gravidanza. La dieta senza glutine, riparando l’intestino, riporta questi rischi al livello generale. Per questo un’infertilità inspiegata o aborti spontanei ripetuti fanno parte dei motivi riconosciuti di screening della celiachia, con un semplice esame del sangue, continuando a mangiare glutine fino alla fine degli esami, altrimenti non possono rispondere.
Le carenze da sorvegliare da vicino
La gravidanza aumenta il fabbisogno di diversi nutrienti che la celiachia, proprio, fa assorbire male. Il monitoraggio di una gravidanza celiaca aggiunge quindi al percorso abituale un’attenzione particolare a:
- I folati (vitamina B9). Indispensabili fin da prima del concepimento per la formazione del sistema nervoso del bambino. Vengono assorbiti nel digiuno, colpito dalla malattia. L’integrazione raccomandata a ogni donna che progetta una gravidanza è qui ancora più importante, e il medico a volte adatta la dose.
- Il ferro. L’anemia è il segnale più frequente della celiachia, e la gravidanza aumenta la richiesta. Controllo a inizio gravidanza, integrazione se serve.
- La vitamina D e il calcio. Per l’osso della madre, spesso fragilizzato al momento della diagnosi, e per quello del bambino.
- La vitamina B12 e lo zinco, più raramente.
Niente di tutto questo è drammatico: sono dosaggi che esistono già nel monitoraggio della gravidanza, fatti solo con un po’ più di attenzione. Una donna celiaca ben seguita ha una gravidanza normale, con qualche esame del sangue in più.
La dieta durante i nove mesi
Non cambia: rigorosa, come al solito. Non esiste una “tolleranza da gravidanza”, né in un senso né nell’altro. Quello che può cambiare è la quotidianità:
- Le nausee del primo trimestre spingono verso alimenti semplici (fette biscottate, pane tostato, biscotti secchi), le cui versioni senza glutine devono essere a portata di mano. Riso, patate, purea di frutta e banane fanno lo stesso servizio senza bisogno di leggere un’etichetta.
- Le voglie e i pasti fuori casa si moltiplicano; i riflessi restano gli stessi (ristorante, contaminazione crociata).
- Gli integratori per la gravidanza si leggono come qualsiasi altro prodotto; l’amido di frumento è raro, ma il foglietto illustrativo fa fede.
- Il punto nascita: il pasto del parto e i giorni successivi si preparano in anticipo, come per un ricovero in ospedale. Avvisare al momento dell’iscrizione, e portare qualcosa per resistere.
L’allattamento
Nessuna restrizione. Il latte materno non contiene glutine, qualunque sia l’alimentazione della madre, e una madre celiaca non trasmette né la malattia né il glutine allattando. Il fabbisogno nutrizionale della madre resta elevato durante l’allattamento, e il controllo delle carenze continua per qualche mese.
I dati su un effetto protettivo dell’allattamento contro la celiachia nel bambino sono stati a lungo discussi; gli studi recenti non trovano un effetto netto, né in un senso né nell’altro. Allattare è una decisione che si prende per altre ragioni.
Il glutine nel bambino, e lo screening
È la domanda che preoccupa di più, e la risposta è semplice. Le raccomandazioni pediatriche europee (ESPGHAN) sono chiare: il glutine si introduce tra i 4 e i 12 mesi, come per qualsiasi bambino. Ritardarlo non protegge, anticiparlo non fa male: il momento dell’introduzione non cambia il rischio di sviluppare la malattia.
Quello che conta è lo screening. Un bambino che ha un genitore, un fratello o una sorella celiaci ha un rischio dell’ordine del 10 % di esserlo, contro l’1 % nella popolazione generale. Un esame del sangue viene quindi proposto durante l’infanzia, su indicazione del pediatra, spesso verso i due o tre anni e poi ripetuto se serve, o non appena compare un segnale (descriviamo i segnali nel bambino). Anche il test genetico può aiutare a sapere se un bambino può, o non può, sviluppare la malattia.
In sintesi
- Trattata, la celiachia non complica una gravidanza. Non diagnosticata, è associata a disturbi della fertilità, aborti spontanei e basso peso alla nascita.
- Un’infertilità inspiegata è un motivo riconosciuto di screening.
- Folati, ferro, vitamina D, calcio: le carenze da sorvegliare, con un po’ più di attenzione del solito.
- La dieta non cambia; l’allattamento è senza restrizioni.
- Il glutine si introduce nel bambino tra i 4 e i 12 mesi, come per tutti; è lo screening del bambino a contare.
Queste informazioni non sostituiscono un parere medico. Una gravidanza con una celiachia si segue con il ginecologo o l'ostetrica e, idealmente, con il gastroenterologo: segnala la diagnosi fin dall'inizio, o già dal progetto di gravidanza, perché il controllo delle carenze sia fatto al momento giusto.